|
Intervista a Laura C. Ex detenuta a Rebibbia Femminile in libertà in seguito all'indulto del 2006
a cura di Maria Sandrelli
Laura C. 33 anni è nata a Roma da famiglia Rom originaria di Sarajevo. Detenuta nel carcere di Rebibbia femminile dal 2003, è uscita nell’estate del 2006 beneficiando dell’indulto. Dopo la scarcerazione ha deciso di non tornare al campo nomade dove viveva prima dell’arresto con i suoi familiari e con l’aiuto dei volontari PID (pronto intervento detenuti) ha trovato sistemazione in una casa famiglia e ha iniziato a cercare lavoro con l’obiettivo di garantire una vita stabile ai suoi due figli di 14 e 13 anni, che l’ex marito ha portato in Belgio senza il suo consenso. Attualmente Laura lavora da apprendista presso una sartoria di Roma e collabora con le associazioni Artestudio e King Kong Studios teatro a progetti di pratica teatrale.
Laura, come vanno le cose da libera cittadina?
Adesso, si stanno aggiustando, ma all’inizio è stata dura. Veramente ancora, non sono una libera cittadina a tutti gli effetti, sono in affidamento ai servizi sociali, ma a fine mese finisco. Allora sì, non avrò più pendenze. Pensa che finalmente ho anche i documenti in regola. Per me che non li ho mai avuti, vogliono dire veramente il primo passo verso una vita nuova, regolare…
Ecco a proposito di questo, ci racconti come vivevi prima dell’esperienza del carcere?
Provengo da una famiglia rom, originaria della Bosnia, come da tradizione mi sono sposata molto giovane e con mio marito siamo partiti dall’Italia per andare in Belgio dove ho vissuto fino a quando mi sono separata e sono rientrata qui. In Belgio stavamo in una casa. Facevamo una vita piuttosto agiata . Attraverso i furti e altre attività illegali la mia famiglia non ha mai avuto problemi di soldi.
E quando sei tornata in Italia cosa hai fatto?
Sono tornata al campo dalla mia famiglia e poco dopo sono stata arrestata.
Era la prima volta che ti arrestavano?
No, ero stata in carcere altre due volte ma per poco tempo, questa volta invece, sono stata condannata a 7 anni e 8 mesi per cumulo di reati.
Che genere di reati?
Rapine
Una pena lunga..
Si. All’inizio è stato molto pesante, non sapevo come reagire di fronte a questo tempo interminabile che mi aspettava. Era la prima volta che mi rendevo conto di cosa voleva dire veramente il carcere, il non essere libera. In precedenza, il carcere lo avevo attraversato per due brevi periodi, adesso ci dovevo vivere una parte della mia vita.
E come hai reagito?
All’inizio ero disorientata, prima dell’esperienza in carcere non sapevo cosa fosse una regola. E in carcere ci sono regole ferree; il carcere è pieno di regole. Ci sono quelle non scritte tra detenute e quelle proprio del carcere come Istituto. Comunque, la presenza di regole precise, mi ha formato il carattere, mi ha fatto diventare più determinata.
In che senso?
Prima, per me la vita era facile, volevo una cosa me la prendevo, non avevo il senso del rischio e soprattutto non avevo il senso della difficoltà. In carcere mi sono trovata a dover affrontare molti problemi, forse per la prima volta nella mia vita, e a doverli superare con le mie forze. Ho imparato a essere più forte di fronte ai problemi, a contare sulle mie forze.
Non c’è solidarietà tra detenute?
Si, a volte si creano dei legami molto forti, ci si aiuta, ci si confida, ma per quanto ci siano persone che ti stanno vicino, il sentimento della solitudine e dell’isolamento è molto forte; ti mancano gli affetti familiari, la tua vita, e poi c’è sempre un po’ di diffidenza verso l’altro, si fa fatica a fidarsi completamente, siamo tante, diverse, in un posto a sé…Ma , come ti dicevo, a volte nascono delle belle amicizie.
E anche opportunità inaspettate. Durante la tua detenzione, per la prima volta ti sei avvicinata al teatro, attività che continui a portare avanti anche fuori. Ci racconti di questa esperienza?
Questa del teatro è stata una scoperta e per me è stata un’esperienza molto importante. Dopo un primo momento di apatia, ho deciso che se volevo vivere in qualche modo quel tempo interminabile dentro il carcere, dovevo fare qualcosa. Una cosa di cui forse non ci si rende conto, è che il tempo in carcere non passa mai.
Allora mi sono messa a fare quante più attività potevo: il giornalino, la scuola media, il mosaico, l’informatica, l’alta moda. Poi, nel 2004, c’è stata l’opportunità di partecipare a uno spettacolo di teatro e danza “Romeo e Giulietta” (nota su regista e spettacolo), che abbiamo rappresentato a Rebibbia maschile. Quello è stato il mio primo incontro con un’attività di tipo teatrale.
Mi pare di capire che la motivazione iniziale di partecipare all’attività di teatro, come alle altre attività, sia quella di riempire un tempo, altrimenti vuoto.
Si, questa è stata la spinta iniziale, in seguito però, non potendo seguire tutte le attività per motivi organizzativi, mi hanno chiesto di fare una scelta e io ho scelto di proseguire a fare teatro, perché era la cosa che mi piaceva e mi coinvolgeva di più. Così l’anno scorso ho partecipato a un laboratorio teatrale di sei mesi, a cui è seguito lo spettacolo finale rappresentato dentro il carcere ma aperto a spettatori esterni (“ 16 donne sulla porta” a cura dell’associazione Artestudio, regia di Riccardo V. Della Pietra)
Cosa voleva dire per te fare teatro quando eri reclusa?
Innanzi tutto, quando recitavo, mi sentivo “normale”, mi estraniavo dalla situazione di detenuta, dal luogo chiuso del carcere; mi sentivo solo una persona, o tante persone, in luoghi e situazioni diverse. Provavo un senso di libertà: libertà di esprimermi, libertà di provare emozioni, libertà nell’immaginare di poter essere altro e altrove.
Ti sei sentita libera di esprimere emozioni che altrimenti trattenevi?
Si, con il teatro potevo esprimere emozioni forti che ho spesso tenuto dentro di me, anche emozioni che per il contesto in cui mi trovavo si devono trattenere, come la rabbia, l’aggressività, ma anche la tenerezza o la debolezza. Poterle esprimere in modo “protetto” all’interno della rappresentazione, sentirmi capace di liberare queste emozioni mi faceva sentire me stessa e mi ha fatto anche scoprire lati di me che non conoscevo, o che non volevo riconoscermi.
Hai detto che hai fatto un laboratorio teatrale di sei mesi, come era composto il gruppo?
Il lavoro è stato condotto da artisti professionisti esterni, ma la partecipazione al laboratorio era libera, non erano richieste caratteristiche particolari, chi voleva poteva iscriversi, così si è formato un gruppo di lavoro di persone molto diverse tra loro, sia per cultura, che lingua e attitudine. C’erano rumene, italiane, sudamericane, una nigeriana e molte Rom.
E come è stato lavorare in un gruppo così eterogeneo?
Non ci sono state particolari difficoltà, ma inizialmente tendevamo a rimanere ognuno nei propri gruppi di appartenenza. Soprattutto noi rom, che eravamo molte, in principio stavamo prevalentemente tra di noi, ma via via che si procedeva negli incontri ci si amalgamava e si iniziava a comunicare, anche al di là delle parole. Dopo poco il contatto con le altre detenute è diventato un momento di festa. Durante il laboratorio vivevamo momenti molto intensi. Ma anche dopo gli incontri, spesso ci si trovava a provare tra noi, nei corridoi, a mensa. Si è creato un gruppo unito, perché sentivamo forte l’importanza del lavoro, soprattutto in vista dello spettacolo.
Quali sono le parole che ti vengono in mente pensando alla tua esperienza teatrale in carcere?
Divertimento, libertà, responsabilità. Perché nel corso delle prove mi sono divertita, mi sono sentita libera di esprimermi, mi sono messa alla prova e mi sono impegnata molto, e con me tutte le mie compagne, perché alla fine si vedesse l’impegno e la costanza che avevamo messo nel lavoro di mesi.
E adesso che sei uscita, cosa ti rimane di quell’esperienza?
Il ricordo più vivo è quello dell’emozione e della gioia alla fine dello spettacolo. Mi sembrava di aver dimostrato qualcosa agli altri, agli spettatori esterni e ai rappresentanti dell’Istituto, ma soprattutto ero contenta per me stessa, mi sentivo più sicura e avevo più fiducia in me. Poi mi rimane la passione per il teatro.
E infatti continui a fare teatro anche fuori.
Fortunatamente ho avuto questa opportunità. Quando sono uscita ho contattato le associazioni con le quali avevo lavorato a Rebibbia e mi hanno proposto di collaborare con loro come assistente ad un laboratorio che stavano svolgendo alla Comunità terapeutica di S. Basilio (in collaborazione con la ASL Roma B presso il Dipartimento di Salute Mentale di S. Basilio a Roma, ndr). Non mi ero mai confrontata con problematiche di questo tipo, ma in realtà il rapporto con queste persone, diciamo, disturbate, mi è venuto molto naturale e mi sono scoperta più controllata e meno impulsiva di quanto pensassi.
E’ un’esperienza che sto continuando a fare e mi coinvolge molto. Devo precisare, però, che anche se mi piacerebbe, non posso considerare questo del teatro come il mio lavoro, perché non mi permetterebbe da solo di mantenermi.
Che progetti hai per il futuro?
Il mio sogno sarebbe quello di potermi prendere una casa in affitto dove poter vivere con i miei figli, avere un lavoro regolare e continuare a fare teatro. |